LEGENDA DELL'EPOPEA EROICA

"ARTHAS IL GRANDE - LEONE DI MESSAPIA"

Legend of the heroic epos

"ARTHAS the GREAT - LION of MESSAPIA"

 

 

CAP. I  -  I PRODROMI DELLA RINASCITA

CHAPTER I -  The beginnings of the REBIRTH

Principe messapico in armi

   Il conflitto fra Tarantini e Thurini per il predominio territoriale della Siritide era seguito con preoccupazione anche dalle popolazioni indigene circostanti. Le stirpi enotrie, i Kaoni e le genti japigie temevano che se Taras avesse prevalso nell’agone bellico avrebbe potuto perseverare nella sua sfrenata foga di conquista invadendo aree non ancora del tutto sottomesse. I Messapi erano quindi consapevoli che, prima che la guerra si concludesse, bisognava prodigarsi per scongiurare un tale epilogo.

   Re Janes di Manduria, preoccupato della critica situazione e desideroso di riscatto, promosse un segreto confronto fra i più autorevoli dignitari dell’area messapica nord-occidentale sulle strategie da intraprendere per facilitare la sollevazione generale contro l’oppressore tarantino.

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The conflict between Tarantini and Thurini for territorial dominance of Siris was also followed with concern by indigenous surroundings. Oenotrian bloodlines, the Kaons and the Japigian people feared that if Taras had prevailed in the war it could continue in his unbridled enthusiasm for conquest by invading areas not yet completely subjugated. The Messapians were then aware that, before the war ended, it was necessary to fulfill efforts to avert such an epilogue.

   King Janes of Manduria, concerned about the critical situation and eager for redemption, promoted a secret comparison amongst the most authoritative dignitaries of the Messapian northwestern area on the strategies to be taken to facilitate the general uprising against the Tarantine oppressor.

 

 

 

 

 

CAP. II  -  LA GRANDE FESTA DELLA BISBAIA

          E IL SEME DELLA RIVOLTA

 

   La potatura delle viti e la raccolta dei sarmenti costituiva l’occasione per una gioiosa festa del vino che raccoglieva una moltitudine di partecipanti, pronti a godere dell’ebbrezza che tale bevanda riusciva a procurare. La grande sagra durava tre giorni. Le bisbee erano note per le coinvolgenti manifestazioni che si svolgevano non solo nei luoghi adibiti ai festeggiamenti ma anche nelle contrade di campagna delle città messapiche. Canti e balli tradizionali facevano da goliardica cornice a quella stimolante atmosfera che trascinava tutti in un vortice di accanito divertimento. La musica assordante di quei giorni e quelle lunghe notti, eseguita da ispirati musici sallentini, echeggiava lontano annunciando a tutti che la Messapia era in festa. La festa della bisbàia era una ricorrenza in cui quasi tutte le effusioni e le libertà personali erano permesse, tranne il recare nocumento altrui. Qualcuno, in preda di una disinibita pulsione esibizionistica, poteva anche sfrenarsi  in  lascive esibizioni in pubblico e tentare gli altri a fare lo stesso, essendo.   

 

 

 

 

CAP. III  -  L’EROINA ARNIDA E AKA DI RHUDIA

   Arnida, una giovane cavallerizza dai capelli color castano chiaro e dai graziosi tratti femminili, era un’ardimentosa amazzone a guardia di una vasta area boschiva della Sallentina centrale, spesso insidiata da sconosciuti aggressori appartenenti ad una pericolosa setta religiosa. Gli abitanti dei circostanti insediamenti rurali le attribuivano doti di grande guerriera che invogliavano molti dei suoi coetanei a seguirla nella sua impresa di garantire la sicurezza di quei luoghi. Aka di Rhudia era, invece, una leggiadra principessa, la cui bellezza non mancò di attirare l’attenzione del giovane Arthemisias di Manduria.  Nel Palazzo dei Barr, dove il principe mandurino fu ospitato prima della partenza per un’impegnativa missione nella Siritide, i due, intimamente appartati e colti da un alone di tenerezza, si rivolsero parole tenere e premurose che promettevano un più roseo futuro, sgombero delle preoccupazioni di quel momento.

 

Deìva in armi

 

 

 

 

CAP. IV  -  I GIOVANI LEONI DI MESSAPIA

E LA GUERRA DELLA SIRITIDE

 

Il giovane principe Arthemisias vittorioso nella battaglia della Piana di Siris

   I giovani più valorosi della Sallentina, ligi al dovere di andare incontro alla sollecita richiesta di aiuto da parte dei Thurini, non aspettavano altro che cimentarsi contro i temuti colonizzatori di Taras. Soffiavano venti di guerra ed i Messapi, appena giunti nella zona del conflitto, si affrettarono a predisporre un adeguato piano strategico in aiuto degli abitanti del luogo, stretti in una morsa dalle schiere tarantine, che avanzavano impetuose verso la conquista finale.  Era giunto il tempo di reagire e ai Messapi era toccato il difficile compito di scoraggiare i baldanzosi Tarantini a fare sfoggio della loro potenza. Dopo estenuanti anni di guerra, lo scenario bellico non era ancora ben definito e lasciava presagire ulteriori spargimenti di sangue, quando nel mezzo di un’ennesima disperata battaglia la disputa si acquietò. A bordo delle navi, che stazionavano lungo la costa, navarchi spartani e ateniesi avevano stipulato la pace con l’accordo di lasciare libera la città di Sìris-Polìeion e di fondare una nuova colonia che comprendesse sia Thurini e Siriti, sia Tarantini. Il nome che le fu dato fu Herakleia, in onore del dio panellenico Herakles ed il conflitto terminò nella tarda primavera del 433 a.C. con una formale attribuzione oracolare della fondazione della città ad Apollo Pythios.

 

 

 

 

CAP. V  -  I SEGNI DELLA PREDESTINAZIONE

 

   Il giovane principe Arthemisias, allontanandosi dal suo accampamento per inseguire un cinghiale e ritrovandosi ben presto fuori dei percorsi campestri, si era smarrito tra la fitta vegetazione della foresta orrana. Improvvisamente, si era trovato in un luogo insolito, che sembrava incantato, fuori dal tempo. Avvolto da quella magica atmosfera, egli era rimasto affascinato e, allo stesso tempo, preso dal timore e dalla curiosità. Mentre procedeva con circospezione e stupore si trovò di fronte ad una grotta, la cui apertura era quasi del tutto occultata da frondosi arbusti e cumuli di pietre che ne impedivano l’ingresso. Riuscì con la forza a guadagnarsi l’entrata ed appena ebbe varcato l’uscio un riverbero attirò la sua attenzione. In un angolo, adagiata su una spessa lastra calcarea, brillava una poderosa armatura in lamina d’oro di pregevole ma sconosciuta fattura, la cui spada portava incisa sull’elsa la seguente dedica:

A colui al quale per coraggio, virtù e temperanza la gloria arriderà”.

   Esperti d’armi ed esegeti dei segni del dio Bàlakras, avevano dedotto che si trattava dell’armatura dell’eroe argivo Diomedes lasciata lì in eredità ad un altro ardimentoso guerriero.

 

 

 

 

CAP. VI  -  LE GRANDI PANATHENEE

 

Perikles si rivolge all'Assemblea cittadina nell'agorà di Atene

   Il principe mandurino, conosciuto dopo le rivelazioni profetiche come Arthas il Giusto, fu accolto dai consiglieri del bouleuterion, prima di essere ascoltato personalmente da Perikles nella sede dello Strategato. Si parlò delle problematiche della politica interna ateniese. Si enunciò l’importanza della philia, il vero legame di amicizia che si era stabilito fra le genti sallentine e il demos attico, e si concluse che era giunto ormai il tempo che Athene, centro del più grande impero navale del Mediterraneo, prestasse l’aiuto necessario per la liberazione della Messapia. Il festeggiamento panatenaico si celebrava ogni anno in un determinato periodo di mezza estate, ma solo ogni quattro anni, il terzo dopo le Olimpiadi, gli si conferiva una pompa speciale che caratterizzava le Grandi Panathenee.

 

Subito dopo la lunga celebrazione religiosa, seguivano i giochi che erano acclamati a furore di popolo. Le gare atletiche erano, comunque, gli eventi più seguiti in quel periodo. Il principe mandurino primeggiò nella gara delle quadrighe, riscuotendo così l’elogio generale dei partecipanti.

 

 

 

 

 

CAP. VII  -  LA SCUOLA DI RETORICA DI THURII

 

   Arthas fu accolto con molta simpatia e considerazione nella famosa Scuola di Retorica di Thurii, dove fu stimato dai suoi illustri membri che gli riconobbero, nonostante la sua giovane età,  un’apprezzabile maestria nell’affrontare temi di grande spessore teoretico. La koinè ellenica d’Occidente sentiva da diverso tempo il fascino della retorica, il cui orientamento filosofico aveva tratto origine da Syracusa e si era propagato nella Megàle Hellàs nobilitando il centro culturale di Thurii,  che annoverava fra i suoi affiliati, oltre ai retori Corace, Gorgias, Tisias e successivamente Lisias, anche Protagoras di Abdera ed il grande storico Herotodos, stabilitosi nella città jonica dopo la sua permanenza ad Athene. Il giovane Arthas ebbe l’onore di essere invitato, un giorno, a partecipare ad un interessante dibattito dal suo stimatissimo amico Jònides, il quale lo accompagnò direttamente all’interno della scuola, dove si stava per discutere se la consapevolezza delle debolezze umane è in grado di evitare un ingiusto ed improprio governo delle cose.

 

 

 

CAP. VIII  -  ALYTIA LIBERATA

 

Sbarco del principe Arthas a Leuka

   Era l’inizio dell’autunno, quando giunsero notizie poco rassicuranti dai lidi messapici. Paletros e Galstas Barr facevano sapere di un ennesimo sopruso messo in atto dai Tarantini contro le genti messapiche. La città di Alytia era stata spietatamente espugnata ed occupata dagli stessi oppressori e la principessa Baostis, reggente e cugina di Arthas, era stata deposta e tratta in prigione. Giunto sul luogo, Arthas ordinò l’assalto generale. Alytia fu liberata all’alba e sulle sue alte torri sventolarono nuovamente i vessilli azzurri del casato reale dei Moldatthi. Durante la sua permanenza ad Alytia, Arthas soggiornò nel palazzo curionale, dove aveva vissuto i lunghi periodi estivi della sua infanzia, prima che l’età giovanile lo chiamasse al duro compito della formazione culturale e militare nella Scuola di Cavalleria di Mesania.

Liberazione di Alytia

 

 

 

 

CAP. IX  -  MISTICISMO E LOGICA DELLA TETRACTÝS

 

Mystai pitagorici

   Poco dopo, Arthas si recò ad un segreto centro pitagorico della Sallentina. Era ormai buio quando, trovatosi nell’ambiente più remoto di una grotta, apparve Philonides, seguito da Hestiaios e Archippos, fondatore del synedrion sallentino. La sorpresa del principe fu grande nel vedere di persona un maestro che aveva fatto parte della famosa Scuola Pitagorica di Kroton ben sessanta anni prima. Philonides gli presentò i suoi compagni esternando parole di encomio per l’acume intellettuale che li contraddistingueva e per l’insostituibile opera di divulgazione che compivano in un territorio autoctono non facile agli insegnamenti del Gran Maestro di Samos. Consigliò ad Arthas di non porre domande e di non argomentare se non direttamente invitato a profferire parola. Hestìaios rivelò al principe che al centro della Tetractýs c’era il Tetragrammaton, il nome di dio in quattro lettere ed era da lì che partiva l’ordine assoluto. Egli aggiunse che Zeus Soter era principio e signore della creazione e fuoco centrale che s’irradiava in tutto l’universo.

 

 

 

 

CAP. X  - INCORONAZIONE DI RE ARTHAS

 E LA NASCITA DELLA

SACRA FRATELLANZA SALLENTINA

 

   Alytia era parata a festa per accogliere il suo liberatore Arthas Plarr, che, visibilmente commosso, entrò in città, seguito da giovani principi messapici ed alcuni ufficiali di cavalleria. Il préspolis Zòloas, nonchè Gran Sacerdote del dio del sole Bàlakras, lo attendeva fra due alti bracieri, per cingergli la testa con un nastro color porpora, sulle cui estremità erano effigiate le immagini di Zeus Messapeus, il munifico dio dei Sallentini, e Zàvaos Baletinos, l’antico nume illirico, venerato da tempo immemore dalle numerose fratrie japigie. Nel tardo autunno del 432 a.C., all’età di ventitre anni, un principe, conosciuto come Arthas il Giusto, fu incoronato re di Alytia, divenendo così il più giovane Curione di Messapia. La sua ascesa proseguì, ben presto, con l’elezione a stratega e capo assoluto delle forze messapiche in una solenne cerimonia che ebbe luogo a Sallentia, presso il tempio del dio del sole Bàlakras. Insignito da un così prestigioso riconoscimento, Arthas si avvicinò ai suoi compagni reggendo in mano la spada d’oro di Diomendes e, sollevatola sui loro capi, declamò:“Lodando la fede e la fierezza che vi sono note per la nostra nobile causa, ho il piacere e l’onore  di nominarvi membri della Grande Fratellanza Sallentina. Sorgano i Leoni di Messapia, irriducibili difensori della patria.”

 

 

 

 

CAP. XI  -  STRATEGIE DI GUERRA E L’ASSALTO ALLA FATTORIA DEI NARI

   L’intero corpo di spedizione tarantino era composto di tre grossi contingenti; ma, il più agguerrito era quello capeggiato dallo stratega Horontes, che si dimostrò di nuovo minaccioso, dopo essere scampato alla cattura da parte dei Messapi durante la presa di Kallipolis. Le sue schiere si assestarono a sud-est di Sasyne, nei pressi di una biforcazione viaria, da dove uno dei percorsi conduceva a Neriton, lungo la Via Sallentina, e l’altro ad Anxa, lungo il tratto paracostiero. Alcuni giorni dopo, la bellissima Deìva Narenta, prima cugina di Genolles, gran cavaliere di Neriton, era scomparsa dopo che una frangia dell’avanguardia di Horontes aveva preso d’assalto, con il favore della notte, la fattoria fortificata dove ella viveva con la sua numerosa famiglia. Una volta che l’intera zona era stata completamente liberata dalla presenza dai mercenari di Taras, Arthas accompagnò personalmente Deìva ed i suoi familiari ad Alytia, mentre il resto della scorta si apprestò ad attenderlo alle falde dell’Eleuterios, dove era dislocata l’intera cavalleria messapica, in attesa di ordini.

 

 

 

CAP. XII  -  I GIORNI DELLA GLORIA

 

  Lo scontro definitivo fu tra la robusta falange di Horontes e l’armata di re Arthas nei dintorni di Kàlatas. L’impatto fu cruento. Ci furono capovolgimenti da entrambe le parti, ma nella fase conclusiva dello scontro i Messapi stavano per sopraffare la falange tarantina, cosicché  quando si ebbe notizia che decine di unità navali kerkiresi avanzavano verso Odra e che il trierarca ateniese Lampones, al comando di una cospicua flotta era sbarcato a Leuka, Horontes ordinò la ritirata generale. Dei circa ventitremila uomini in armi di Taras, solo ottomila si apprestarono a fare ritorno. Re Arthas si dimostrò clemente verso i nemici sconfitti che, consapevoli di avere subito una colossale disfatta, anche a causa dell’inoperosità della loro flotta, speravano di ritirarsi in buon ordine senza andare incontro a trattative di resa disonorevoli. Poco dopo, il dynastes sallentino entrò nella Città del Golfo come assoluto vincitore. Quando tutti i festeggiamenti in onore di Apollo e Artemide ebbero termine, Arthas fu invitato a soggiornare a Taras per alcuni giorni, in attesa della cerimonia ufficiale, durante la quale sarebbe stato apposto il sigillo sulla pergamena che avrebbe sancito il trattato di pace tra Tarantini e Messapi. Il re messapico lasciò la città senza acclamazioni e riverenze, ma i cittadini di Taras, pur feriti nell’orgoglio e colpiti dai numerosi lutti, non seppero trattenere un sentimento di leale ammirazione verso l’uomo che aveva portato il suo popolo alla vittoria e donato ad entrambi i contendenti un vero desiderio di pace. Lo salutarono con alzate di mano riconoscendo in lui la dignità e la maestà di un vero eroe.

 

 

 

 

 

CAP. XIII - DEÍVA NARENTA E RE ARTHAS SUGGELLANO

IL LORO VINCOLO D’AMORE

 

  Con il passare del tempo Arthas e Deìva diventarono sempre più inseparabili. Giunse finalmente il giorno del festeggiamento di Aprodita, durante il quale, come era stato convenuto, sarebbe stato celebrato anche il rito del pronunciamento d’amore che avrebbe consacrato la promessa del vincolo nuziale fra Arthas e Deìva. Vi parteciparono tutti i membri della famiglia mandurina dei Plarr e di quella dei Nari, oltre ad Ésside, regina di Neriton, Genolles e gli inseparabili amici di Arthas, Glastas Barr di Rhudia e Paletros di Odra. Il tempio era stato addobbato con miriadi di composizioni floreali. Il momento più significativo fu, però, all’esterno di esso, quando, i due innamorati, circondati dagli amici e dagli affetti più cari, erano uno di fronte all’altra, compenetrati nei loro sguardi e ammaliati dalla magica atmosfera di quel luogo. Tutti gli invitati ascoltarono, compiaciuti, le loro promesse d’amore. Il festeggiamento fu molto gioioso e pieno di tanti simpatici momenti, accompagnati da musiche allegre e ritmate, che invogliarono tutti a danzare in un’aria di gaia spensieratezza. Fu stabilito che il matrimonio del re di Alytia con la giovane nobildonna sarebbe stato celebrato ad un anno esatto da quel felice evento.

 

 

 

 

CAP. XIV -  IL MENZANEOS

 

Il vincitore delle gare ippiche in onore di Zavàos Menzanas, nume

equino introdotto in Messapia dai primi colonizzatori illirici

  Arthas si recò a Manduria con la sua bellissima Deìva per essere presente alle celebrazioni di Zavaos Menzanas, lo Zeus Ippios, adorato dalle genti messapiche del versante nord-occidentale della penisola. Per aggraziarsi la benevolenza del munifico nume equino, di antica origine illirica, molteplici gare ippiche e accaniti tornei si disputavano durante l’arco dell’anno, ma la rassegna che riscuoteva più successo era proprio quella delle Menzanee. All’inizio della primavera, durante i tre giorni di luna piena, si dava  sfogo ai festeggiamenti in onore di Menzanas, che prevedevano rituali molto significativi, alcuni dei quali erano particolarmente cruenti. Le competizioni concludevano i festeggiamenti e le più seguite in assoluto erano la corsa delle bighe e la gara di velocità in groppa allo sturnum messapico. Colui che accumulava più punteggi nelle varie attività agonistiche era innalzato su tutti come un vero eroe ed osannato con l’epiteto di Menzaneos. Egli era insignito con l’aureola del vincitore davanti al Real Curione, ai dignitari e alla numerosa folla dei partecipanti.

Particolari di Manduria messapica

 

 

 

 

CAP. XV  -  LE MEGALARTIA DI ORRA

 

  In Messapia, si era sviluppato un singolare culto della dea delle messi, che attingeva le sue peculiari caratteristiche dai rituali misterici in onore di Demeter Megalartos, diffusi in alcune poleis dell’Ellade ed in particolare modo a Skolos in Beotia, dove le Megalartia, feste dei grandi pani, erano celebrazioni solenni alle quali moltitudini di devoti solevano partecipare. La glorificazione di Arthas, quale dynastes prediletto della dea e degli altri numi messapici, era l’ultimo atto di un’autentica venerazione da parte delle genti autoctone che a lui avevano affidato il loro animo, le loro speranze di pace e libertà. L’appellativo grande, accomunato con pane, donava ad Arthas il significato di munifico benefattore che, accostato a quello della benevola Damatra, lo faceva assurgere al rango di divina dignità. Per seguire adeguatamente il rito propiziatorio, era necessario, però, osservare alcuni giorni di severa astinenza dalla carne e dai cibi più gustosi per giungere poi al momento culminate della festa in cui si poteva abusare di ricche libagioni alla base delle quali c’era sempre il pane nelle sue innumerevoli forme. Nelle Magalartia, i grandi pani erano offerti in onore di Damatra Megalartos e nello stesso tempo in ringraziamento dell’indimenticabile eroe della patria, chiamato ormai da tutti Megas Arthas per la sua grandiosità come difensore e benefattore della Messapia.

 

 

 

 

 

 

CAP. XVI  -  SULLE BALZE DI BAUROTA

 

  Il rapimento della principessa Aka di Rhudia da parte di sconosciuti fuorilegge lungo un tratturo silvestre che conduceva a Baurota gettò Arthas e molti suoi compagni nello sgomento. I particolari trapelati non furono tali da rivelare importanti nuovi indizi, tranne uno che parve stimolare l’interesse dell’Egemone. Centinaia di cavalieri, armati di tutto punto, seguiti da folte schiere di arcieri di Baurota e dintorni rastrellarono tutta la zona ombrosa, attigua al luogo dell’attacco al convoglio. Le ricerche furono perentorie e concitate, ma gli esiti non si rivelarono confortanti. Fu chiaro che un tale misfatto era stato compiuto dal fantomatico Krum e i suoi lestofanti che erano adoratori del dio fenicio Kàdar-El. Essi osavano sfidare i Messapi, i quali non avevano mai concesso loro quartiere. Prese le giuste misure, Arthas ordinò di scovare i loro nascondigli fra la fitta vegetazione arborea sulle colline ad est di Baurota. Ben presto, i malviventi furono snidati ed in parte decimati. Aka fu finalmente liberata e Krum ed i suoi accoliti furono scortati verso Aoxenton per essere giudicati dal gran sacerdote di Zeus.

 

 

 

 

CAP. XVII  - I MOTI DI ODRA E L’INFAMANTE LESTEIA

 

  Se per un verso i reggitori del centro portuale odruntino dovettero affrontare lo spinoso problema della pirateria per non essere considerati conniventi con coloro che la praticavano, per un altro, essi si trovarono alle prese con un diffuso disagio sociale, provocato da aspre conflittualità interne. Le recenti evoluzioni dell’assetto socio-economico della Città dello Stretto avevano, però, generato una più marcata differenziazione fra i ceti più agiati e la gente comune che, per poter sopravvivere, era sfruttata in lavori estenuanti. Il malcontento dilagava già da qualche decennio. L’acuirsi di una tale situazione avrebbe costituito un processo di destabilizzazione del sistema politico da lungo tempo istaurato. Il giovane curione Paletros ereditò, quindi, una situazione assai compromessa, alla quale sarebbe stato poco probabile porre rimedio in tempi brevi. Tutto ebbe inizio quando un certo Trakos si ribellò alle drastiche direttive del padrone della fattoria, dove egli lavorava in qualità di gestore delle attività agricole. Quando la ribellione raggiunse il culmine, toccò a Paletros sgominare quei furfanti e ristabilire l’ordine. La situazione, però, sfuggì di mano. Trakos, dopo avere compiuto atti di pirateria lungo le coste odruntine occupò l’akropolis e si definì nuovo signore della città. Tutto si risolse con un attacco notturno di forze federali, guidate da re Arthas, che liberarono la roccaforte e permisero al giovane Curione di Odra di riprendere il controllo della sua città

 

 

 

 

 

CAP. XVIII  -  L’ORACOLO DI AOXENTON

    

  Fu proprio nella primavera del 420 a. C. che Arthas, preoccupato di ciò che avveniva nella vicina Ellade, si recò a consultare l’oracolo di Zeus Aoxentinon in merito alle future sorti della Messapia. Quando re Arthas visitò il famoso oracolo, l’immagine divina era quella di tipo dononaico; ma, in un recesso segreto, non lontano dal tempio, era custodito l’antico simulacro bifronte del primigenio dio minoico, al quale potevano rivolgersi solo gli illuminati o coloro che erano stimati degni di presentarsi al suo diretto cospetto. Uno dei prodigiosi simulacri di Zan Kronoy, ovverosia Zeus figlio di Kronos, era giunto sulle sponde meridionali della penisola sallentina centinaia di anni prima. Naufraghi cretesi, scampati ad una tremenda tempesta che aveva travolto la loro intera flotta mentre faceva ritorno dalla sfortunata spedizione in Sikelia e avendo trovato riparo su alcuni sicuri rilievi paracostieri, fondarono, fra le altre, la colonia di Hyrie, posta nei pressi dell’estremo promontorio. Fu là che, dapprima, essi perpetuarono il culto del dio bifronte. Il dinasta apprese che la Messapia avrebbe corso seri rischi, se si fosse esposta troppo oltre i limiti della semplice philia con Atene. La sua esperienza più singolare fu, però, all’interno del recesso che ospitava il segreto labrys dinnanzi al quale egli ebbe un’illuminante rivelazione di cui avrebbe fatto tesoro per il tempo a venire.

 

Immagine del Culto di Zeus tratta dalla Mostra di Ugento

 

 

 

 

CAP. XIX  -  IL SYMPOSION DI AXA

(Confronto filosofico-esoterico sulla vera essenza di Zeus)

 

  Giunto ad Axa, l’Egemone s’immerse fra il bianco caseggiato, al sud del quale, trovò la dimora dei Fratelli Luminosi. Dopo avere contemplato, nella Sala della Sublimazione, alcuni significativi passi dello Hieròs Lógos, la parola sacra del Gran Samios, che era giunta in Sallentina tramite il lungimirante Archippos, degno epigono degli eccelsi esoterici della famosa Scuola di Kroton, Arthas fu invitato nel cortile interno per assaporare le vivande che erano state portate per il convivio di benvenuto insieme al Venerabile Ghenos, il giovane Jornìs, Tolitas e due altri anziani adepti della Cupola Pitagorica. Si parlò della conoscenza della verità e della possibilità di penetrare i misteri dell’esistenza. Dopo avere considerato che erano stati Archippos e Lysis gli ultimi seguaci ad avere udito le parole del Saggio di Samos e ad avere rivelato la Sacra Tetrade, composta da fuoco, aria, acqua e terra, che dà vita alla realtà conoscibile, fu stabilito che è l’Ordinatore, il Nous, di cui si serve Ether, suo elemento essenziale, ad operare la creazione. Si concluse, quindi, che solo gli illuminati potevano, in rare occasioni, percepire Ether e che il Nous non era di umana conoscenza. L’imperscrutabile Zeus Soter non era da considerarsi il semplice dio olimpico, ma molto di più. Secondo gli antichi saperi orfici ed il dogma pitagorico, la scienza esoterica contemplava l'origine e la creazione dell’Universo come un’Essenza Primaria consapevole che si era sviluppata gradualmente, e non un’improvvisa esplosione dal nulla che aveva disseminato fornaci nucleari a lenta combustione nell’immensa oscurità dello spazio. 

 

 

 

 

CAP. XX  -  DAMOSION THOURION - DAMOSION MESSAPION

 

Nel 444, lo statista ateniese Pericle, in una fase espansionistica della politica di Atene, accoglie le richieste dei sibariti superstiti e

 organizza una grande spedizione coloniale con lo scopo di dar vita ad una colonia panellenica, sul sito della distrutta Sibari.

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   Un ufficiale thurino, che aveva la funzione di araldo consegnò nelle mani di re Arthas un caduceo bronzeo con le scritte bilaterali Damosion Thurion - Damosion Brentesinon, che testimoniava un precedente trattato di alleanza fra i due popoli. I Lukani, di stirpe osco-sabellica, erano discesi dal nord ed avevano gradualmente occupato ampi spazi meridionali. La stessa Thurii fu sottoposta agli attacchi degli invasori, i quali ben sapevano che se avessero conquistato quella città, ricca di tesori e derrate alimentari, avrebbero potuto competere con il resto delle potenze coloniali a pari merito ed avrebbero aperto, come risultato di una tale impresa, un nuovo corso storico nell’equilibrio strategico di quel tempo.

I Messapi, notoriamente amici degli Atheniesi, non desideravano, in ogni modo, eludere gli accordi di amicizia che erano stati stipulati con i Thurini e, così, si sentirono liberi di intervenire in loro soccorso. La presenza dei Lukani ai limiti territoriali di molte città magno-greche sia del versante jonio, sia di quello tirrenico, costituiva, ormai da diverso tempo, un elemento discordante nell’intero sistema geopolitico del mondo italico peninsulare e chissà quanto avrebbero potuto sperare le poleis elleniche d’Occidente di rimanere ancora libere.

 

 

 

 

 

 

CAP. XXI  -  ANXA - PONTE DI CIVILTÁ

Alcibiades ad Anxa

   Sin dagli albori della civiltà, la grande insenatura di Anxa aveva accolto numerosi navigli e dato riparo a molte genti d’oltre mare, alcune delle quali si erano insediate stabilmente lungo la sua fertile fascia costiera, caratterizzando con la loro presenza il primo ambiente umano che, con il passare del tempo, si era arricchito di ben più importanti elementi etnici e nuove correnti culturali che lo qualificarono come il più importante centro abitato situato lungo la frequentatissima rotta costiera sallentina, posta tra l’Egeide e i lidi occidentali. La sua origine pelasgica aveva rivelato le propensioni marinaresche dei primi abitanti. Furono, per primi, i Micenei a fare un uso più frequente dell’approdo di Anxa, installandovi un fondaco per gli scambi mercantili.

 Quando le stirpi illiriche colonizzarono la Sallentina, erano già stati edificati un elegante palazzo nobiliare sull’isola principale ed un esteso villaggio fortificato sull’estremità del promontorio. Le successive ondate immigratorie completarono l’assetto demografico della città costiera che ben presto divenne uno dei punti più strategici dell’intera penisola. Quando, nel 415 a. C., giunse la grande flotta ateniese al comando degli strateghi Alcibiades, Nicias e Làmacos e nel 413 quella condotta dai navarchi Demostenes ed Eurimedontes, Anxa possedeva già da lungo tempo un retaggio culturale ed un assetto territoriale autonomi.

 

I navarchi ateniesi ospiti al palazzo nobiliare di Anxa-Kallipolis

 

 

 

CAP. XXII  -  IL CONVEGNO DI RHUDIA

 

   Re Arthas e i più insigni componenti dell’HetairiaI Leoni di Messapia”, che rappresentavano le grandi adelphie della Sallentina, giunsero nella splendida città di Rhudia per prendere parte al più importante convegno sulla pace che era mai stato realizzato prima in terra messapica. A quel significativo evento parteciparono anche diversi delegati di Peuketia, Daunia e Lukania, oltre ad autorevoli capi dei Samniti, Brettii, Opici, Sedicini, Kampanòi e di altre stirpi italiche. Figurarono, inoltre, fra gli scranni dell’ampia Sala degli Stemmi del Palazzo del Curione della città sallentina esponenti di formazione pitagorica dei principali insediamenti della Megάle Hellάs e della Sikelia.

   Ad essi, si aggiunsero rappresentanti stranieri che provenivano da diverse aree mediterranee. Al centro dell’akropolis faceva bella mostra l’elegante tempio di Zeus Hetairos, la divinità protettrice per eccellenza della fratellanza fra gli uomini e dell’unione spirituale e materiale fra le genti. Era la primavera del 395 a. C. quando Arthas, dopo trentasette anni d'incontrastata egemonia sulle genti di Sallentina, annunciò che si sarebbe ritirato dal comando, subito dopo che fosse stato celebrato il grande consesso di Rhudia, dallo stesso auspicato e promosso per i nobilissimi scopi che egli intendeva comunicare agli altri convenuti.

 

Agorà di Rhudia

 

 

 

 

CAP. XXIII  -  DISCORSO CONCLUSIVO DI RE ARTHAS

SULLA GRANDE PHILIA MEDITERRANEA

 

   Re Arthas chiuse i lavori assembleari con una palese esortazione alla concordia fra tutti gli emissari e portavoce presenti al grande consesso di Rhudia.

   Il dynastes esordì dicendo che la gloria come dignitosa affermazione individuale o di un’intera koiné doveva essere necessariamente raggiunta attraverso una virtuosa gestione delle proprie risorse, senza fare alimentare pericolose tendenze egemoniche, altrimenti il prestigio, perseguito ingiustamente, avrebbe portato inevitabilmente alla sopraffazione dell’altrui libertà. Concluse il concetto che niente era impossibile per gli uomini di buona volontà.

   Dopo un lungo excursus, asserì, infine, che l’importante era sapere coniugare l’inevitabile desiderio di promozione individuale con quello più nobile di una comune elevazione delle coscienze al fine di creare una grande e prospera comunità. Poi, sostenne che molti episodi che erano avvenuti nei precedenti lustri avrebbero fatto pensare, invece, che le speranze di tanti uomini che amavano la pace fossero vane. Il suo appello, unanimemente condiviso dagli hetairoi, fu, però, che

 

Forse oggi sarebbe stato auspicabile e necessario

far sentire nuovamente il ruggito de

I Leoni di Messapia

 

 

Elmo di stratega messapico conservato presso il British Museum di Londra

 

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